Massimiliano Allegri non ama il palcoscenico, non ama incitare e provocare le folle. Massimiliano Allegri non ama essere esibizionista. Ama semplicemente l'equilibrio nelle sue più varie sfaccettature. Uomo lucido, intelligente, pragmatico a contatto con la realtà, anche se sovente volano giacche e i muscoli si contraggono nella tensione a bordocampo. Succede spesso a vantaggio acquisito dalla propria squadra quando il fattore rilassatezza è dietro l'angolo, come contro il Crotone. Già, domenica. La Juventus fa qualcosa che non ha mai fatto nessuno, festeggiando grandiosamente il sesto scudo consecutivo nella splendida cornice dello Stadium. Anche Allegri fa qualcosa che non aveva mai fatto prima: ricevere l'abbraccio del pubblico. Sembrano passati secoli dal suo insediamento a base di uova ed insulti. Sono tre anni. Tre anni di successi.

Cuadrado festeggia con il proprio allenatore la conquista dello scudetto | Foto: juventus.com

Un'eccezione, la seconda della stagione. A conferma della regola dell'equilibrio. La prima combacia con la città di Firenze, vera e propria oasi e fonte di giovinezza da cui abbeverarsi e ritrovare lo smalto per la Juventus. «Non si poteva continuare in quel modo, sia a livello tecnico che tattico», ha confermato per l'ennesima volta Allegri tra i festeggiamenti. La sconfitta contro la Fiorentina fa cambiare definitivamente le carte in tavola. «Non fermarsi mai, significa essere in grado di comprendere quando è il momento di mettere da parte le proprie certezze, per quanto solide, e cambiare.», così recita un parte dell'articolo sul sito della Juventus in merito alla strepitosa stagione.

Max Allegri ha definito il cambio di modulo come un miraggio nella notte, un sogno colto tra la miriade di forme oniriche che attraversano la psiche. Probabilmente avrà accusato per un breve lasso di tempo la sindrome di Stendhal, ammaliato dalla bellezza della Basilica di Santa Croce, dalla Cupola del Brunelleschi o da Palazzo Vecchio. Ipotesi suggestiva ma, al contempo, proibitiva al solo pensiero. 

La svolta di Firenze è soltanto la punta dell'iceberg di un processo di aggregazione e formazione che ha portato alla morte di un sistema tecnico-tattico abulico e improduttivo per la rosa in questione. Per arrivare al connubio odierno tra disposizione tattica e massima unità d'intenti con tutta la qualità in campo, le tappe da percorrere sono state diverse. Il passaggio definitivo al 4-2-3-1 è il manifesto di tutti le idee e gli errori dei primi cinque mesi della stagione 2016/17. Un ritardo dovuto alle insicurezze del Senato bianconero all'indomani della strabiliante prestazione iper-offensiva contro il Sassuolo alla terza giornata. Meglio tardi che mai, direbbe qualcuno.

Allegri e Bonucci (immagine di repertorio) | Foto: dagospia.com

Tralasciando l'evoluzione del livello di superficie legata al modulo, un fatto verrà senz'altro ricordato nella review dell'annata. E' un Allegri che pare trasformarsi nel sergente Hartman di Full Metal Jacket da Gennaio in poi, quando sentenzia l'esclusione di Bonucci - dopo i battibecchi e i vaffa volati con il Palermo - dai convocati per l'importantissima trasferta di Oporto. Famose le immagini del numero 19 in tribuna al fianco di Nedved e Marotta, con un broncio innaturale stampato sul volto. 

Rispetto al personaggio di Hartman nel film di Kubrick, l'epilogo è ben diverso: il modo di fare autoritario e la presa di posizione calma gli animi, rivitalizza e rilancia ferocemente la Juventus. Dal lato tecnico, la gestione del tecnico livornese chiama in causa quasi tutti i componenti della rosa grazie agli impegni sui tre fronti. L'inserimento graduale di nuovi acquisti non è il diktat della stagione dato che il management si assicura gente già pronta per grandi palcoscenici come Higuain, Pjanic ed Alves. Il trattamento alla Dybala (ma anche alla Morata, alla Alex Sandro e alla Rugani) spetta soltanto a Marko Pjaca, sfortunato proprio sul più bello con la rottura del crociato. 

Insomma, Allegri si conferma uno dei migliori gestori in circolazione, il mantra dell'equilibrio - parola ripetuta un migliaio di volte tra interviste e conferenze - porta in bacheca il suo settimo titolo da coach della Juventus e lo lancia nella top three degli allenatori più vincenti della storia bianconera dietro Trapattoni e Lippi. Gli unici due che hanno alzato la Coppa dalle grandi orecchie. Max ci proverà il 3 Giugno, sperando di portare a casa l'agognato trofeo che manca esattamente da 21 anni.