Il gioco degli scacchi, fondamentalmente, divide. C’è chi lo reputa noioso e lo ignora, alcuni se ne interessano moderatamente limitandosi a conoscerne le regole, altri lo conoscono e ogni tanto si dilettano in partite, altri ancora ne sono quasi ossessionati. Caratteristiche che nell’immaginario comune e terrestre appartengono anche al calcio, disciplina del tutto opposta, comunque con un seguito popolare decisamente maggiore. Due sport (ebbene sì, gli scacchi sono uno sport) accomunabili, forse, dalla rilevanza assunta dalla tattica: l’allenatore che muove le proprie pedine in campo come fa lo scacchista, l’importanza dei pezzi sulla scacchiera come dei calciatori con il conseguente peso specifico di ognuno.

Aldilà della retorica, c’è chi la scacchiera se la porta concretamente sulla bandiera e sulla maglia, ponendo un legame più solido tra le due discipline: la Croazia. Nazione relativamente giovane, indipendente da 25 anni, escludendo un periodo durante la seconda guerra mondiale. Nasce calcisticamente da una costola della Jugoslavia, parte in quarta conquistando i quarti di finale alla prima grande competizione, l’Europeo del 1996, per poi consacrarsi al mondiale due anni dopo col terzo posto e una cavalcata fantastica. A livello di competizioni continentali, le fiamme non sono mai mancate all’appuntamento dal 2004, dopo non essersi qualificati nel 2000. Oltre ai quarti (di nuovo) nel 2008, sono arrivate due amare eliminazioni al primo turno, l’ultima per mano dell’Italia, stessa squadra nuovamente incrociata nel girone di qualificazione, chiuso agevolmente al secondo posto proprio dietro gli azzurri e davanti alla Norvegia.

Un'edizione della Croazia dell'ultimo biennio. Dietro, da sinistra: Mandzukic, Rakitic, Vida, Corluka, Subasic Perisic. Davanti, da sinistra: Srna, Pranjic, Brozovic, Olic, Modric.

Il gruppo D, nel quale la Croazia è inserita, annovera avversari quali Spagna, Repubblica Ceca e Turchia. Facile pensare che siano le furie rosse le strafavorite al primo posto, ma il precedente al mondiale di due anni fa può essere di buon auspicio per le tre avversarie, che non possono e non vogliono lasciar nulla di intentato. I balcanici sono avanti rispetto a turchi e cechi, per talento e anche per abitudine a giocare competizioni pesanti. I pezzi particolarmente pregiati sono principalmente otto, così come otto sono le pedine sulla fila in fondo alla scacchiera, a dimostrare che tra la Croazia e gli scacchi esiste più di un semplice legame grafico.

Luka Modric
Ivan Rakitic

Immaginare una “squadra” senza re è impossibile, essendo il pezzo chiave di volta di tutto il gioco, colui che non può essere mai tolto dal campo, per motivazioni prima di tutto regolamentari. Si gioca a difesa del re, così come i biancorossi giocano a seconda di Luka Modric. Impossibile pensare di fare strada senza la sua qualità: il regista del Real ha le chiavi del gioco offensivo, detta i tempi, con licenza di avanzare e sfruttare le proprie doti tra le quali il tiro da fuori. Al fianco del re non può mancare una regina, decisamente più libera di svariare, elegante nelle movenze come è Ivan Rakitic, stella del Barcellona fondamentale nelle due fasi, con i propri inserimenti in fase offensiva e con l’ottima capacità di tenere la posizione in fase difensiva. Probabilmente, la sottile differenza con il compagno di centrocampo sta nell’insostituibilità dell’ex Tottenham: senza regina si può comunque vincere, senza re nemmeno si gioca.

Vedran Corluka
Danijel Subasic

Le due torri, invece, tendono a ricoprire un compito differente. Sulla scacchiera sono assumono importanza specialmente nelle fasi finali, sia di difesa che di attacco, in campo mantengono un raggio d’azione minore. È il caso di Vedran Corluka, pilastro e leader della difesa: unisce l’esperienza al carisma, con notevoli abilità nel gioco aereo. Inutile annoverarlo tra i possibili pericoli numero uno in un finale concitato, o come ultimo baluardo in caso di difesa a oltranza. Discorso parzialmente simile si può fare su Danijel Subasic, estremo difensore, deputato a salvaguardare i pali così come la torre dell’arrocco pensa alla difesa del proprio re. Dai suoi guantoni, essendo la Croazia squadra maggiormente di vocazione offensiva, passa molto del destino nella competizione.

Marcelo Brozovic
Mario Mandzukic

A controbilanciare ci pensano i due alfieri, i due di maggior sacrificio nei reparti avanzati. Tra le caselle, sono tra i primi pezzi ad avanzare in avanti, spesso anche prendendosi rischi in pressione, così come in campo. Marcelo Brozovic è una garanzia sulla sponda nerazzurra di Milano, tant’è che viene considerato quasi un vero e proprio jolly, nonostante (si dice) sia tra i sacrificabili estivi in cambio di una bella sommetta. Anche il secondo è una conoscenza del calcio italiano, Mario Mandzukic. Se avete visto qualche partita della Juve, avete notato che Allegri non ci rinuncia mai. Perché? Perché è un alfiere, uno che mette il sacrificio al primo posto, ma è anche capace di decidere le partite con movenze limitate, proprio come sulla scacchiera, ma spesso trovandosi al posto giusto al momento giusto.

Ivan Perisic
Darijo Srna

L’intraprendenza, però, è una peculiarità che non può affatto mancare a una squadra di calcio. Trovarla sulle fasce, inoltre, è tanto prezioso quanto producente. Riuscire ad averla anche da un terzino come Darijo Srna è ulteriormente un bene, come da un esterno quale Ivan Perisic. I due cavalli hanno compiti di spinta in avanti sin dalla prima costruzione della partita, dalle aperture, potendo sfruttare armi inconsuete e quasi uniche come la forchetta.

In alto a sinistra: Sime Vrsalko. In alto a destra: Domagoj Vida. In basso a sinistra: Milan Badelj. In basso a destra: Mateo Kovacic

Rischia, in questo contesto tattico, di restare sottovalutata l’importanza dei pedoni. Quei pedoni che compongono la prima linea, tanto sottovalutati quanto fondamentali per costruire un’ossatura solida. Come ad esempio Vida in difesa e Vrsaljko in fascia, la fantasia di Halilovic e i colpi di Kovacic, le solide geometrie di Badelj, il senso del gol di Kramaric e i movimenti di Kalinic, così come il talento di Pjaca, che potrebbe esser quel pedone che riesce ad arrivare in fondo, diventando ben presto regina.

In alto a sinistra: Alen Halilovic. In alto a destra: Marko Pjaca. In basso a sinistra: Andrej Kramaric. In basso a destra: Nikola Kalinic.

Non vanno dimenticati, ampliando il discorso, quelli classificabili come “pezzi di ricambio”: tutti quei giocatori che non sono attesi ad un ruolo esattamente da protagonisti, ma che nel computo finale possono assumere un’importanza capitale, dal secondo portiere al 23esimo selezionato. Difficile immaginare che sullo scacchiere verranno disposti dall’inizio, ma attenzione ai subentranti e agli unexpected. Un nome: Antolic, già provato da diga in mezzo al campo.

Ovviamente non possono mancare gli esclusi. In questo senso, un nome campeggia sopra a tutti gli altri: Dejan Lovren. Il centrale del Liverpool è finito su tutte le prime pagine dei quotidiani sportivi dopo aver preteso la garanzia di un posto da titolare, che peraltro avrebbe comunque ottenuto. Al CT però non è andato giù questo atteggiamento tanto evitabile quanto controproducente per il gruppo, così l’ex Lione è rimasto fuori dalla lista dei 27. A fargli compagnia anche Rebic, annata incolore tra Firenze e Verona, e, altrettanto a sorpresa, Mario Pasalic, autore di una buona stagione.

Dejan Lovren. (fonte: ttaketheanfield)

Torniamo al nostro scacchiere. Serve qualcuno che i pezzi li sappia muovere, per farli rendere al meglio delle proprie potenzialità. In Croazia in pochi pensano che il timoniere della situazione sia affidabile. Ante Cacic, 63enne giramondo, è stato nominato CT dopo il licenziamento di Niko Kovac, dovuto alla sconfitta rimediata in Norvegia che rischiava di costare la qualificazione diretta all’Europeo. Il subentrante è riuscito ad aggiustare il tiro grazie alle vittorie in casa con la Bulgaria e a Malta. Insomma, il minimo che potesse fare.

La nomina, come detto, non convince del tutto. Cacic è un tecnico esperto e navigato, da quasi 30 anni è costantemente su qualche panchina, ma si fa fatica a trovare nel suo curriculum un’esperienza di successo, se non quella durata meno di un anno sulla panchina della Dinamo Zagabria, chiusa con la vittoria del campionato. Per il resto, vari salti in giro per la Croazia e incarichi minori, come quello al timone della Libia under-21. Come è chiaro e intuibile, non esattamente ruoli di un certo calibro o prestigio. Proprio per questo sussistono forti dubbi sul contributo concreto che Cacic potrebbe fornire alla Nazionale.

Ante Cacic. (fonte immagine: weltsport)

Dal punto di vista tattico, ad esempio, la squadra non ha ancora una vera identità: nelle amichevoli sono stati provati moduli differenti, con anche diversi esperimenti, tra i quali annoveriamo Kalinic in posizione di trequartista alla Rooney, oppure la difesa a tre. Ovviamente, nessuno mette in dubbio le capacità di base del CT, anche perché altrimenti non sarebbe nemmeno lì. Eppure, certe giocate con i propri pezzi se le possono permettere in pochi. Insomma, di Bobby Fischer ce n’è stato uno e forse non ne esisteranno mai altri. E nemmeno di tecnici chitarristi che prima dell’Europeo dedicano una canzone alla nazionale. Anche di Slaven Bilic ce n’è uno. Saprà Cacic costruire una propria identità e una di squadra? Al campo l’ardua sentenza. Dovesse però il tecnico riuscire nell'intento di plasmare la sua creatura e ottenerne il meglio, non stupiamoci se, vista anche la location, si ripresentasse un 1998 bis…