Dal punto di vista mediatico, è senza dubbio la serie più affascinante delle otto del primo turno degli NBA playoffs edizione 2017. Già, perchè veder scontrarsi i due principali candidati al premio di MVP della regular season in un'eliminatoria al meglio delle sette gare stimola gli appassionati, divide in due fazioni i supporter dell'uno e dell'altro, fa crescere l'attesa per un duello che sa di sfida da mezzogiorno di fuoco. James Harden contro Russell Westbrook, sono loro gli uomini copertina della serie tra Houston Rockets (55-27) e Oklahoma City Thunder (47-35), che non può però essere ridotta al mero confronto tra singoli. Due triple doppie ambulanti ed ex compagni di squadra, inseriti in altrettanti contesti di pallacanestro, quello di Mike D'Antoni, alla prima, vera reincarnazione NBA di successo dopo la rivelazione ai Phoenix Suns, e quello di Billy Donovan, lo scorso anno a un passo dalle Finals, quando a OKC c'era ancora Kevin Durant. 

James Harden e Russell Westbrook. Fonte: Bill Baptist/GettyImages

IL CAMMINO 

Rockets e Thunder giungono alla postseason rispettivamente con la terza e la sesta moneta del tabellone occidentale. Mentre Houston è considerata a tutti gli effetti una contender nella Western Conference, Oklahoma City è la mina vagante da evitare, la squadra dalla quale attendersi il primo upset dei playoffs. Lineare il percorso di Houston: gli uomini di Mike D'Antoni sono partiti forte, abbracciando il sistema di gioco proposto dal nuovo allenatore, raggiungendo l'apice delle loro prestazioni in inverno, proprio a cavallo di quella trade deadline che ha portato al Toyota Center Lou Williams, gran tiratore e realizzatore, dai Los Angeles Lakers (in cambio di Tyler Ennis e una prima scelta al prossimo Draft). I Thunder hanno vissuto invece di alti e bassi, aggrappati al talento e al furore del loro numero zero, divenendo sempre più la squadra di Wesbrook, con buona pace degli altri buoni giocatori presenti nel roster allestito da Sam Presti, general manager che ha rivoluzionato il personale a stagione in corso, acquisendo dai Chicago Bulls il lungo Taj Gibson e il tiratore Doug McDermott (in cambio di Cameron Payne, Anthony Morrow e Joffrey Lauvergne). Entrambe, soprattutto i Rockets, hanno frenato sul rettilineo d'arrivo, dopo essersi garantiti la qualificazione ai playoffs e aver cristallizzato le rispettive posizioni nel tabellone della Western Conference. 

Mike D'Antoni e Jame Harden. Fonte: UsaToday

I SISTEMI DI GIOCO

Facilmente riconoscibile quello di Houston, di chiara impronta d'antoniana. Transizione e tiri da tre punti presto nell'azione, le caratteristiche più evidenti dell'attacco dei Rockets, trasformatisi nella pistola più veloce del West. Rispetto allo scorso anno, quando l'avvicendamento tra McHale e Bickerstaff non produsse grossi effetti, i razzi della città della NASA hanno in James Harden il loro leader indiscusso. Liberatasi di Dwight Howard, Houston va al ritmo jazz del Barba, passatore formidabile e celestiale giocatore di pick and roll. Un lungo (in quintetto lo svizzero Clint Capela) e quattro esterni per D'Antoni, che vuole costruire tiri da tre piedi per tutti, da Anderson ad Ariza, da Beverley a Gordon, da Williams a Dekker. E' Harden il vero playmaker della squadra, con Patrick Beverley a fare da uomo d'energia sui due lati del campo. Tantissimi i pick and roll tra Harden e Capela, o tra Harden e Nenè (o Harrell): quando la difesa manda dentro, l'ex Thunder alza al ferro per il suo centro, altrimenti tira o inventa per i compagni. Oklahoma City è solo per certi versi simile. Anche dalle parti della Chesapeake Energy Arena, è Russell Westbrook a dominare la scena, prendendosi responsabilità sconosciute ai vari Oladipo, Roberson e Adams. L'uomo da UCLA vale per due, è ovunque sul parquet, ha un'energia contagiosa, con il limite di coinvolgere il giusto i compagni e di monopolizzare la squadra nei minuti decisivi. Il quintetto con Steven Adams e Domantas Sabonis è il classico specchietto per le allodole forgiato da Donovan: il rookie lituano lascia ben presto spazio a Gibson e a Kanter, ad altri esterni quando si tratta di abbassare lo schieramento. Le sgasate di Westbrook al ferro aprono il campo per i tiratori, anche se Russ risulta più efficace nel passare la palla in spazi angusti piuttosto che sul perimetro. Capitolo difesa: quella dei Rockets alterna momenti di aggressività sulla palla a passaggi a vuoto che regalano parziali favorevoli agli avversari, mentre quella dei Thunder è più tradizionale, potendo contare su un rim protector del calibro di Steven Adams. 

Russell Westbrook e Steven Adams. Fonte: ThunderNation.com

I ROSTER 

Il lavoro di D'Antoni ha rivalutato l'operato del general manager Daryl Morey, a cui va comunque il merito di aver sbolognato Howard una volta compresane l'incompatibilità tecnica e personale con Harden, e quello di aver acquisito da New Orleans due elementi utilissimi alla causa, come Ryan Anderson ed Eric Gordon. Anderson parte in quintetto da ala grande nominale, ma è a tutti gli effetti un esterno, un tiratore, proprio come Gordon, vincitore della gara del tiro da tre punti all'All-Star Game. Dalla panchina esce anche Lou Williams, altro giocatore capace di produrre punti in serie in pochi minuti, in un cambio con Trevor Ariza e Patrick Beverley, dalla prima alla second unit. Ariza garantisce solidità difensiva e conoscenza del gioco (oltre che un buon fatturato in attacco), Beverley è il mastino delle missioni speciali nella propria metà campo, mentre ai lunghi (Capela, Nenè e Harrell) è richiesta verticalità e foga nell'andare a rimbalzo offensivo. Il roster è completato da Sam Dekker, ex Wisconsin, altro tiratore rigenerato dalla cura D'Antoni. Per i Thunder c'è invece l'equivoco Victor Oladipo, che forma il backcourt insieme a Westbrook. L'ex giocatore di Orlando avrebbe bisogno della palla in mano per rendere secondo le sue potenzialità, ma è invece relegato al rango di uomo perimetrale, dove è efficace con alterne fortune. Si muove lontano dalla palla Andre Roberson, che in attacco taglia verso il ferro ed è battezzato dall'arco dagli avversari, ma è un grande difensore nella sua metà campo. Con Adams centro vecchio stile e Sabonis tutto da svezzare, i pochi punti in post-basso dei lunghi di OKC giungono dal turco Enes Kanter, splendido nel giocare spalle a canestro, ma difensore sotto la media. I vari McDermott e Abrines sono il grimaldello per aprire le difese avversarie, laddove Jerami Grant aggiunge fisicità a una squadra che già ne possiede in abbondanza. 

Eric Gordon, James Harden e Ryan Anderson. Fonte: SI.com

LE CHIAVI DELLA SERIE

Saranno con ogni probabilità i Thunder a doversi adattare a Houston, e non viceversa. Donovan partirà con il suo quintetto standard, salvo dover cambiare quasi immediatamente il suo secondo lungo, per non essere travolto dalla marea di triple sparate dai texani. Roberson si occuperà di Harden, nella speranza di contenerlo sul pick and roll (e mandarlo dentro, a costo di subire cinquanta punti di media), Adams lotterà con i centri avversari, mentre dall'altra parte Beverley è già l'uomo designato per Westbrook (storie tese tra i due, che risalgono a qualche edizione dei playoffs fa). Fondamentale il controllo dei ritmi, in particolare a Oklahoma City. Se al Toyota Center si ballerà secondo la musica di Harden e dei Rockets, a OKC i Thunder proveranno a rallentare la valanga rossa, costruendo un tipo di partita più a basso punteggio. Sarà in questo senso importante avere un Westbrook sotto controllo, che non faccia il gioco degli avversari, ma per una volta si limiti ad eseguire anche per i compagni di squadra. Jerami Grant potrebbe essere il giocatore sorpresa della serie per Donovan, Lou Williams per D'Antoni.