Ricordo bene quel giugno 2011 e quella serie persa da LeBron James contro i Dallas Mavericks. La decisione di lasciare Cleveland per "portare il suo talento a South Beach", unita ad una finale non giocata al suo livello, ha portato James a raggiungere il punto più basso della sua carriera. L'era dei social media ha certamente contribuito ad ampliare l'eco degli haters, ma raramente nella storia recente del basket un giocatore è stato così tanto nel mirino della critica.


Wade e James fanno finta di tossire, prendendo in giro Nowitzki che aveva giocato gara-4 con l'influenza. Il famoso "Cough gate" è stato forse il punto più basso della reputazione di James all'interno della lega.

Sono passati solo cinque anni da quei giorni, un lustro che si è trasformato in una vera e propria epoca cestistica. Da lì in poi, James ha portato a casa tre anelli con altrettanti titoli di Mvp delle Finals, più altre due finali perse. E se oggi, dopo essere stato protagonista della più grande rimonta della storia delle finali contro la più grande squadra di sempre della regular season, l'asso di Akron è entrato di diritto nei discorsi (e non solo) sui più forti di ogni epoca, lo deve molto a quella serie persa contro Dallas. Tutti i più grandi giocatori sono passati da una delusione cocente. La sconfitta in gara-7 contro i Celtics ha rappresentato il fuoco interiore della carriera di Magic Johnson (serie che gli valse per qualche tempo il soprannome di "Tragic Johnson"), così come la debacle di Bryant sempre contro Boston gli ha dato la forza per tornare più forte di prima e vincere due anelli consecutivi (i primi senza Shaquille O'Neal).

Ecco perché definire Steph Curry ed i Golden State Warriors come dei "sopravvalutati" o dei "perdenti" è una mancanza di rispetto innanzitutto verso la storia del Gioco, prima ancora che nei confronti della squadra californiana. E badate bene, per quanto possa sembrare assurdo per una compagine che è andata a 90 secondi dal compiere il re-peat, le critiche verso Golden State sono state e saranno feroci. Il principale bersaglio è ovviamente Steph Curry. Una delle domande possibili è: ha giocato delle Finals deludenti? Naturalmente sì. Ma a questo punto subentra un altro quesito: il rendimento avuto nelle ultime settimane incide sul giudizio sulla qualità del giocatore? Decisamente no.

Il campo ci ha raccontato di un Curry lontano parente da quello visto in regular season. Non avremo mai la certezza empirica sugli effettivi limiti fisici derivati dall'infortunio al ginocchio. Lui stesso non ha cercato scuse ed il solo fatto di essere "ready to play" impone di togliere qualsiasi asterisco sulle prestazioni dell'Mvp delle ultime due stagioni regolari. I suoi movimenti, però, sono sembrati più lenti, sia in uscita dai blocchi che da portatore di palla nel pick and roll. Ma il dato più emblematico riguarda le sue percentuali al ferro. Nella serie contro Cleveland, Curry ha tirato con il 46.2% da una distanza inferiore ai 5 piedi contro il 64.5% fatto registrare in regular season. Una differenza abissale che ha cambiato totalmente il panorama dell'attacco di Golden State, rendendolo decisamente più prevedibile. L'incapacità, infatti, di chiudere al ferro ha portato il prodotto di Davidson a forzare diversi tiri da tre. Curry è in grado di piazzare canestri da posizioni impossibili per la maggior parte dei giocatori, ma affidarsi quasi solo ed esclusivamente al tiro da tre, spesso contestato, è un rischio che non puoi permetterti in serie così tirate e lo abbiamo visto proprio in gara-7. Curry e Thompson hanno tirato complessivamente con un mediocre 6/24 da dietro l'arco e gli Warriors hanno chiuso un disastroso quarto periodo tirando con 1/10 da tre.

Una regular season trionfale, dove hanno annichilito ogni avversario arrivando allo storico record di 73 partite vinte, ha portato Golden State a ritenersi immortale e a pensare di poter vincere qualsiasi partita con il minimo sforzo (e spesso volentieri è stato proprio così). Una presunzione abbastanza scontata quando sei abituato ad avere la meglio sugli avversari, ma che in alcuni casi deve scontrarsi con l'ineluttabilità della condizione umana.

L'episodio che con ogni probabilità ha deciso la serie tra Warriors e Cavs.

Perché sì, gli Warriors si sono riscoperti improvvisamente umani e mortali. Lo ha scoperto Draymond Green quando è caduto nel tranello delle provocazioni, abbandonando la squadra in un momento decisivo; lo hanno scoperto Curry, Iguodala e Bogut, traditi dal proprio fisico sul più bello; lo ha scoperto Klay Thompson in gara-7, quando si è concesso decisamente troppi tiri forzati, quello stesso tipo di conclusioni che avevano salvato gli Warriors nella famosa gara-6 contro i Thunder; lo hanno scoperto Harrison Barnes e Festus Ezeli, autori di un clamoroso slump nella serie finale che ha contribuito al ritorno dei Cavs; lo ha scoperto, infine, Steve Kerr, coach meraviglioso, apparso, però, in alcune circostanze troppo innamorato delle sue scelte e tardivo negli aggiustamenti.

Avere scoperto di essere mortali, però, non è una colpa tragica da estirpare, un peccato di superbia che i portatori della virtù "baskettara" giurano di non essere pronti ad assolvere. Significa semplicemente sbattere contro i propri limiti, uno scontro che spesso e volentieri ha portato i più grandi a compiere le imprese più ardite. Non sappiamo con certezza quale peso potrà avere questa sconfitta sui Golden State Warriors e se il front office deciderà di rimanere con questo core, confermando Barnes e Ezeli, o di cambiare qualcosa, magari inserendo qualcuno che possa agire da playmaker secondario quando Curry viene raddoppiato. Il sospetto, però, più che fondato, è che l'anno prossimo saranno ancora la squadra da battere e avranno una consapevolezza in più: quella di essere mortali e battibili. E questa non è esattamente una bella notizia per gli avversari.