C'è un numero che fluttua nell'aria, pesante come un macigno, durante una qualsiasi mattinata dell'università LUMSA di Roma. Quel numero è l'otto.
Otto sono le persone che, stando ai dati Istat, muoiono a causa di incidenti stradali in Italia. Non solo mere statistiche da grafici giornalistici, ma vite spezzate, storie interrotte che il dott. Santo Puccia e la dott.ssa Luciana Baron, rispettivamente direttore e primo dirigente del servizio Polizia Stradale, maneggiano con la cura di chi sa che, dietro ogni incidente da rapportare, c'è una verità da ricostruire.
Il punto di partenza
Nella giornata di giovedì 26 marzo l'università LUMSA di Roma ha ospitato il convegno "Motori e valori: la sicurezza stradale nel giornalismo televisivo", un incontro tra gli studenti universitari dell'ateneo romano e alcune figure di rilievo nel mondo dell'automobile e della sicurezza stradale.
Moderati dal docente del laboratorio di Giornalismo Televisivo, il professor Fabio Bolzetta, gli ospiti si sono susseguiti portando agli studenti il loro racconto personale, la loro esperienza in merito e le loro indicazioni su un tema delicatissimo come la sicurezza stradale.
Il primo tema affrontato, portato alla luce dal servizio Polizia Stradale grazie alle voci del dott. Santo Puccia e Luciana Baron, è stato quello della sicurezza e degli incidenti stradali, un problema che continua incessantemente ad affliggere il nostro paese e, troppo spesso, le giovani vite.
Stando ai dati ISTAT relativi al 2024, infatti, l'Italia ha un tasso di mortalità causato dagli incidenti stradali del 51,4 per milione di abitanti. Nel 95% dei casi questi incidenti dipendono dal fattore umano: alcool, distrazione, rabbia, sostanze stupefacenti, velocità eccessiva.
A queste dichiarazioni hanno fatto eco anche le parole del dottor Federico Caracciolo, AD di Athlon Italy. Nel corso del suo intervento, infatti, ha esposto tutti gli sviluppi tecnologici fatti in tema di sicurezza che le aziende automobilistiche sono state in grado di apportare nel corso degli anni per garantire una sempre più certa sicurezza stradale per chi guida.
Maria Leitner: dalla F1 al Tg2 Motori
L'intervento in aula anche della giornalista, autrice e conduttrice del Tg2 Motori, la rubrica Rai dedicata ad auto e moto che la Leitner cura dal 1997, è stata una parentesi per aprire il dibattito fondamentale su sicurezza ad alte velocità e sul confronto tra un pilota e una qualsiasi persona alla guida.
Un intervento, quello della giornalista Rai, che ha smosso molte emozioni, soprattutto per il modo di fare molto cordiale, che ha permesso ai ragazzi di sentirsi parte integrante di un dialogo costruttivo basato sulla consapevolezza dei rischi.
Tra i tanti temi toccati si è parlato dell'evoluzione del ruolo del giornalista e di come abbia dovuto faticare il doppio essendo "donna in un mondo prettamente maschile", dove il pregiudizio è dietro l'angolo.
Durante il dibattito, è emersa una riflessione profonda sul rischio percepito. Se oggi un pilota come Tsunoda o Grosjean esce indenne da impatti che trent'anni fa sarebbero stati fatali, non è perché il pericolo sia sparito, ma perché la tecnologia si è sviluppata al punto da costruire una sorta di "bolla protettiva" attorno ai piloti.
Al termine del suo intervento, la conduttrice del Tg2 Motori ha lanciato una "provocazione" agli studenti in aula, ed è esattamente questa la domanda al centro di questo articolo.
"Come spieghereste la differenza tra l’emulazione di un idolo e la realtà di chi va su strada?" , questa la frase che ha scatenato pensieri e riflessioni tra le persone presenti al convegno.
La sfida: emulare o ammirare?
La provocazione posta dalla giornalista Maria Leitner ho deciso di coglierla, provando a ragionare sulla vera differenza che intercorre tra il pilota di Formula 1 e chi guida su strada e, di conseguenza, sul rischio dell'emulazione.
La risposta sta nella narrazione del percorso, quel percorso che troppo spesso passa in secondo piano e che invece deve essere il fulcro centrale di ogni dibattito.
Emulare piloti come Hamilton, Leclerc o Verstappen non significa solo schiacciare il piede sull'acceleratore quando si è in autostrada, ma significa dover emulare la loro disciplina, i loro allenamenti, la fatica che c'è dietro ogni singola gara, rettilineo o curva. Un pilota di F1 non è un folle che sfida la morte, ma un atleta che sa a memoria ogni centimetro di asfalto su cui corre.
Ai giovani appassionati va comunicato esattamente questo, secondo me: il pilota in pista corre per vincere, lo fa in un ambiente controllato e con la piena conoscenza dei mezzi, mentre in strada chi corre lo fa ballando su quel filo sottile che separa la vita e la morte.
La differenza tra un sorpasso di Alonso su Schumacher e una manovra azzardata nel traffico di una città, in sintesi, sta tutta qui: nel primo caso c'è il calcolo perfetto di un rischio, fatto da un professionista che sa esattamente ciò che può e non può permettersi di fare, mentre nel secondo caso vi è una semplice incoscienza e noncuranza del pericolo.
Per questo motivo, chiudo con quello che ormai è per eccellenza lo slogan soprattutto tra motociclisti, ma che vale per chiunque si metta alla guida:
RIDE SAFE.