E' raro vedere calciatori del talento di Marko Pjaca. Ed è altrettanto raro, per fortuna, vedere un calciatore che all'alba di aprile ha già terminato la propria stagione. Con la Juventus, nella prima annata nel calcio di primo livello, il giovane croato ha raccolto nel globale solamente 20 presenze, per un misero totale di 575 minuti ed un solo gol. Era lecito, il giorno del suo trasferimento, aspettarsi qualcosa di più. Volendo dare una lettura pessimistica, sembra quasi che il talento che ad Euro 2016 aveva illuminato con la sua Croazia stia prendendo la via della maggioranza dei calciatori offensivi provenienti dall'ex Jugoslavia: quella del talento sprecato, della discontinuità e del "si poteva fare di più"; storie che con la Signora hanno avuto poco a che fare per un discorso principalmente di mentalità.

Fortunatamente, non pare sia questa la strada; gli insuccessi dell'ex Dinamo Zagabria, per ora, hanno avuto altre radici, rintracciabili in un cambiamento radicale verso la Serie A, travagliato principalmente per colpa di infortuni lunghi e gravi. Più ombre che luci, pensando a quelle che erano le attese. In questo senso, ci sono cinque momenti emblematici da rivivere per rendere meglio il concetto di quella che è stata per Pjaca l'annata 2016/17.

Uno - Arrivo

Operazione lunga ma tutto sommato una formula semplice quella che porta il croato a Torino: il comunicato d'annuncio sul sito ufficiale della Juve spiega il contratto quinquennale e le modalità con cui avverrà il versamento di 23 milioni di euro. Una cifra grande, ma nessuno ci pensa; chiunque è ammaliato da quel poco che ha visto di questo ragazzo. Cresce in sostanza l'Hype, il giorno dell'arrivo è di conseguenza un trionfo di tifosi festanti.

Questa testimonianza aiuta a capire l'entusiasmo presente attorno a Pjaca e quell'aria da predestinato che c'è sempre stata ad accompagnarlo, uno scudo che a tratti è stato un peso. Il ragazzo si presenta umile e determinato ai microfoni, è sobrio all'apparenza: è in perfetto stile Juve. Questo, per certi versi, alza ancora di più l'asticella dell'attesa.

Due - Prime battute

Allegri non ha assolutamente fretta di far scoprire all'Italia chi è davvero questo giocatore. La calma guida il tutto: in conferenza solo elogi, in campo solo spezzoni. Il primo di questi contro la Lazio all'Olimpico, nella seconda giornata di campionato (gara vinta per 0-1 dalla Juventus). E qualcosa già si vede.

Nei pochi minuti che ha a disposizione, Pjaca si mostra atleticamente in condizione e con grosse qualità: potete ammirare come, nel romano caldo di agosto, si faccia tranquillamente tutto il campo palla al piede, come se fosse nulla. I tifosi, ovviamente, colgono la palla al balzo per esaltarsi ancora di più. L'entusiasmo di prima sta diventando estasi in quei lampi che il numero 20 fra intravedere. In Champions League il discorso è un po' più complicato: nella prima giornata contro il Siviglia, Madama non va oltre lo 0-0 e l'ingresso dalla panchina del croato alimenta soltanto le polemiche per un presunto rigore in favore dei campioni d'Italia nel finale. L'ambientamento è in corso, parola del mister; per adesso bisogna avere calma.

Tre - Problemi e soluzioni

Qualcosa poi si rompe. Più precisamente, qualcosa si semi-frattura: si tratta del perone destro dell'attaccante croato, costretto a fermarsi però oltre i tempi previsti a causa di un errore medico. Ad un certo punto, ne esce fuori un vero e proprio caso. Dopo oltre due mesi, ritorna convocato nella Supercoppa di Doha contro il Milan, ma non scende in campo prima nel nuovo anno; i tifosi lo accolgono con calore e richiedono maggior minutaggio, arrivano continui elogi ma delle parti di Corso Galileo Ferraris si predica pazienza. Nel nuovo sistema del 4-2-3-1, alla fine lo slavo ottiene pure qualche possibilità dal 1' contro Crotone e Palermo: l'influenza è minima e le prestazioni sufficienti, ma si impara più in 90 minuti contro un catenaccio che in 20 di numeri da circo.

L'atteggiamento del tecnico nei confronti del gioiellino cambia: adesso arriva qualche provocazione. Il messaggio è chiaro: serve più sacrificio. E Pjaca sembra pure che abbia capito, nelle parole. I fatti confermano a breve: siamo agli ottavi di finale della Champions League, Estadio do Dragao, partita bloccata sullo 0-0. Allegri butta dentro il croato che al primo pallone toccato spacca la porta, sblocca il match e consegna virtualmente il passaggio del turno alla sua squadra. E' il momento più alto dell'avventura juventina del talento classe 1995, ma attenzione: la differenza fra l'attimo in cui cambia tutto e l'attimo in cui ci si illude che stia cambiando tutto è davvero sottile...

Quattro - Per poco!

Siamo arrivati finalmente ad un momento di grande felicità, e c'è pure Juve-Milan. E' la prima volta che Pjaca figura nella formazione titolare in un big match, causa squalifica di Cuadrado e infortunio di Mandzukic; di conseguenza, è un'occasione irripetibile per decollare definitivamente verso un finale di stagione tutto da vivere.

E invece qualcosa va storto. Madama su per giù domina e i piedi del croato sono parte integrante della manovra. Tant'è che ha svariate occasioni: la prima volta sbaglia, nessun problema, ne avrà altre. La seconda pure, capita. Ma quando il conteggio arriva a quattro o a cinque, qualcosa non torna: la grande serata del talentino slavo rischia di diventare una notte dai due punti buttati a causa di tante occasioni divorate, finché un rigore discusso e discutibile a tempo quasi scaduto non regala il 2-1 ai padroni di casa ed un epilogo più o meno felice a questa storia. Nel post-gara, Allegri si presenterà comunque ottimista riguardo alla prestazione del suo numero 20, dicendo che "ha fatto una buona partita, deve essere più sereno sotto porta, gli è mancato il gol ".

Cinque - Finale mancato (o rimandato?)

Il secondo infortunio stagionale rimediato in Nazionale questa volta si rivela decisamente più grave: Pjaca dovrà stare fuori dai 6 agli 8 mesi. E' un epilogo anticipato e di cattivo gusto, tanto improvviso da lasciare l'amaro in bocca ai sostenitori bianconeri e un bel po' di dubbi ad Allegri che adesso dovrà decidere sul da farsi.

Esprimere un giudizio su una stagione così travagliata è difficile. I dati di fatto sono due: il primo è che i minuti giocati sono stati 575, troppo pochi per comprendere appieno un giocatore; il secondo è che la qualità è stata mostrata solo a tratti e non con continuità e che è lecito aspettarsi qualcosa in più quando si viene definiti "predestinati" più e più volte. La preoccupazione arieggia intorno a Marko Pjaca, che per l'anno prossimo è già atteso per smentire le critiche, per tornare a sorridere e per potersi trasformare, finalmente, nel campione che tutti desiderano a Torino.