Manchester chiama, Londra risponde. Prima dell'avvento del Leicester nella stagione scorsa, la Premier League degli ultimi 20 anni è sempre stata un affare tra due città, una serie apertasi nel 1996, quando lo United succedette al Blackburn. Quest'annata, dopo nove giornate, sta raccontando quella che potremmo classificare come the same old story: una serie di sorpassi, contro-sorpassi, deviazioni, scorciatoie, tra le quali si districano tre compagini in rosso e tre in azzurro (o in blu). La ripartizione è ovvia ed è la solita nota: Tottenham, Chelsea e Man City indossano il colore del cielo, Man United, Arsenal e Liverpool indossano quello del fuoco.

José Mourinho e Pep Guardiola. | Fonte immagine: newsweek.com

Liverpool? Come Liverpool? Ma non era un affaire interno tra due città? Possiamo considerare la banda di Jurgen Klopp come la classica eccezione tendente a confermare la regola: in mezzo alla classica bagarre che si crea in mezzo ai trecento chilometri separanti le due località, c'è spazio solo per una estranea alla volta nella top 3 del finale di stagione, storia che si ripete dal 1996/97.

Tornando al punto, le inversioni di tendenza sono all'ordine del giorno (anzi, della giornata) anche nell'edizione 2016/17: gli arrivi a Manchester di Guardiola e Mourinho avevano logicamente posto City e United come ideali favorite - a tratti anche indiscusse - alla vittoria finale, idea confermata anche dall'avvio sprint di entrambe, macchiato poi dal rallentamento prima dei Devils, poi dei Citizens. Frenate brusche, di quelle che lasciano un vistoso skid mark sull'asfalto, che permettono a chi inizialmente inseguiva di riportarsi al passo.

Antonio Conte e Jurgen Klopp. | Fonte immagine: Liverpool Echo

Poi sarebbero da controllare gli pneumatici dello United, probabilmente finiti su una striscia chiodata e sgonfiatisi di botto (allegoria non casuale). Gli altri, invece, coloro che un tempo venivano scherniti e apostrofati come "vicini rumorosi", sono stati vittima di un blocco perlopiù psicologico dopo il primo stop col Tottenham e non si sono più ritrovati, persi dentro un mondo di forse e perchè, ai quali sta a Guardiola trovare le difficili risposte che permetterebbero di riprendere la marcia.

Così, dal sud hanno cominciato a prendere fiducia, in termini diversi e con tempi altrettanto diversi. Conte aveva trovato una iniziale quadratura dettata dall'entusiasmo, poi spenta dalla cruda realtà, e riaccesa dal bandolo della matassa chiamato difesa a tre. Wenger, più semplicemente, ha acquistato un difensore centrale di ottimo livello e caratura internazionale. Pochettino, invece, ha solamente dovuto aspettare che i suoi entrassero nella migliore condizione possibile. E così il sorpasso, o aggancio, o avvicinamento, è diventato realtà.

Arsène Wenger e Mauricio Pochettino. | Fonte immagine: 101 Great Goals

Il City da chimera è passato a uno dei tanti, insieme alle tre londinesi e a quel Liverpool ancora da comprendere fino in fondo, ma che tanto piace e diverte, e come potrebbe essere altrimenti. A sei punti dalla vetta e cinque dal gruppone di testa insegue il Mou-nited, alle prese con lunghe riflessioni da compiere obbligatoriamente per cercare di rialzare la testa. Un capovolgimento di fronte rispetto ai pensieri di agosto, solo due mesi fa le due duellanti sembravano delle fuoriserie perfette. Poi, i problemi di affidabilità ne hanno compromesso, almeno finora, la gara in solitaria che i tecnici studiavano e, in fondo, sognavano. Eppure il calendario recita matchweek 9, e fino al 38 i verdetti - salvo aritmetica - saranno solo volatili. D'altro canto, in quei 325 km può succedere di tutto, anche una deviazione per il Merseyside...