E' il 27 luglio 1998. Al Tour de France va in scena la quindicesima tappa dell'edizione numero 85 della Grand Boucle, da Grenoble a Les Deux Alpes, 189 km di distanza su e giù tra le grandi salite alpine della Bassa Savoia. La maglia gialla è sulle spalle di Jan Ullrich, già vincitore dell'edizione 1997, pronto a concedere un bis che appare tanto scontato quanto ineluttabile. Nessuno sembra in grado di impensierirlo in classifica generale. Il corridore tedesco ha accumulato un enorme vantaggio dopo i 58 km a cronometro con arrivo a Correze. Il traguardo di Les Deux Alpes è uno degli ultimi scogli per l'uomo da Rostock, che ha peraltro ancora a disposizione un'altra prova contro il tempo di 52 km nella penultima tappa.

Marco Pantani, già vincitore del Giro d'Italia in quel 1998, sconta in classifica generale un distacco di quasi cinque minuti da Ullrich. Ma non si arrende, aspetta le Alpi per orchestrare il suo riscatto. Quel giorno di fine luglio sulle strade francesi piove e fa freddo, in un'atmosfera che lascia pregustare il sapore antico delle grandi imprese. Prima dell'ascesa finale a Les Deux Alpes c'è da scalare il mitico Col du Galibier, situato però a cinquanta chilometri dal traguardo. Felice Gimondi, da tempo mentore del Pirata e ultimo italiano a vincere il Tour (1965), consiglia il corridore da Cesenatico: "Lì, sul Galibier, c'è un punto in cui la vegetazione sparisce lasciando spazio alle rocce: è il tratto più duro, quello in cui puoi fare il vuoto".

Pantani accetta la sfida. Scatta a metà delle rampe del Galibier. Uno scatto secco, bruciante, sotto una pioggia fitta che rende l'asfalto viscido e difficili le riprese televisive. Ullrich non risponde. Non può rispondere. Non ha il passo per seguire il Pirata su quelle pendenze, e confida nell'aiuto della squadra per limitare i danni. L'attacco di Pantani sembra folle, privo di qualsiasi logica e criterio tattico. Ma il ciclista e l'uomo erano fatti così, pronti ad andare oltre i propri limiti quando nessuno l'avrebbe detto possibile, e incapaci di gestire i momenti di tranquillità che la vita gli avrebbe riservato. Marco recupera sui fuggitivi della prima ora, li salta a doppia velocità, neanche fossero i paletti di uno slalom speciale. Dietro la maglia gialla soffre, il suo rapporto lunghissimo non lo aiuta. Il freddo nemmeno. Giunge al gran premio della montagna con oltre tre minuti di ritardo. Cerca di recuperare in discesa, ma si alimenta poco e male, contribuendo piuttosto ad aumentare un gap che si rivelerà poi abissale.

Pantani affronta la discesa come non ci fosse un domani. Si prende tutti i rischi possibili su curve insidiose e scivolose. Arriva ai piedi dell'ultima salita da solo, senza compagni di squadra. I più pensano che cercherà di amministrare il vantaggio dopo uno sforzo già epico. Ma il Pirata sale, come nei suoi momenti migliori, leggero e agile. Quasi sempre sui pedali, a rilanciare l'azione. E' un momento di sport indimenticabile. Lo sfidante, dato da tutti per sfavorito e perdente, sta sottraendo la maglia gialla a Jan Ullrich, considerato il volto nuovo e vincente del ciclismo su strada. Il finale è una felice sintesi di quella tappa: un'apoteosi per il romagnolo, un calvario per il tedesco, al traguardo con quasi nove minuti di distacco e una lezione che non dimenticherà mai.

A Ullrich non basterà neanche la cronometro di Le Creusot per riprendersi il simbolo del primato. Pantani non concede più neanche nulla, controlla senza difficoltà sino a Parigi, dove è premiato al il 2 agosto fianco di Gimondi, facendo sbandierare il tricolore sui Campi Elisi dopo ben 33 anni. E' il trionfo più bello, ma anche l'ultimo della carriera del Pirata. Madonna di Campiglio 1999, il ritorno, il canto del cigno sul Mont Ventoux e a Courchevel contro Lance Armstrong nel Tour del 2000 e il susseguente, repentino ritiro sono tutte tappe che segnano il declino veloce e inesorabile di un personaggio incredibilmente controverso, capace di emozionare ancora oggi, a undici anni dalla sua fine, un esercito di estimatori che ne custodisce il ricordo.