All'interno del film di una stagione ci sono momenti e momenti, vittorie e vittorie che segnano il cammino di una squadra e che ne definiscono ambizioni e personalità, maturità e certezze: quello di ieri sera del San Paolo, contro un Sassuolo mai domo ed impeccabile in tutte le fasi di gioco per l'intero corso dei novanta minuti, è il successo che lancia definitivamente il Napoli di Maurizio Sarri verso cime mai toccate e sognate prima, che sembrano sempre più a portata di mano dopo l'ennesima affermazione tra le mura amiche (l'ottava in dieci apparizioni). Da Higuain ad Hamsik, da Insigne al primo gol stagionale di Callejon: lo spartito recitato dai partenopei è stato esemplare e permette ora agli azzurri di confermarsi in vetta al campionato, allungando sulle inseguitrici. 

Eppure, non tutte le ciambelle nascono col buco. I primi minuti della sfida sono tutti ad appannaggio della squadra ospite, che mette in mostra tutta la sua sfacciataggine nell'approcciarsi al match contro la capolista. Il Sassuolo è squadra ordinata, caparbia e ben allenata da Eusebio Di Francesco, maestro nel disporre in campo le sue pedine in modo da annullare il fraseggio magistrale del Napoli. Il vantaggio è un fulmine a ciel sereno, che sembra far tornare all'ombra del Vesuvio gli stessi fantasmi apparsi al Dall'Ara di Bologna. Gli ingredienti per crollare, mentalmente, sembrano esserci tutti: c'è il precedente, c'è un'avversaria dura da battere, c'è una linea Maginot davanti alla difesa neroverde che fa scudo e protegge l'area di rigore da qualsivoglia offensiva degli uomini di casa. 

Invece, nel momento del bisogno, esce alla distanza la capacità del gruppo di tranquillizzarsi e tornare a macinare gioco. Le versioni precedenti degli azzurri sarebbero cadute, con ogni probabilità, nella trappola della frenesia, della mancanza di lucidità e nella paura di cedere nuovamente. Non il Napoli di Sarri, forte nelle proprie certezze e soprattutto tranquillo nelle menti dei giocatori cardine, che sentono il richiamo del palcoscenico e salgono al proscenio al momento giusto: c'è Insigne, che scambia e duetta con Hamsik prima di servire il taglio di Callejon; c'è Higuain, come al solito, che mette in soggezione un Acerbi in formato Cannavaro dei Mondiali tedeschi. 

Il Napoli è una macchina da guerra e reagisce nel momento di difficoltà maggiore: sale la pressione dei padroni di casa, fisicamente e soprattutto mentalmente, con Di Francesco che si sgola senza riuscire ad ottenere alcun risultato. Cresce Jorginho in fase di smistamento del gioco, cresce soprattutto Marek Hamsik, che sull'out di sinistra confeziona con l'assistenza di Ghoulam e di un indemoniato Insigne le azioni per il pareggio e per il sorpasso. La gara dello slovacco è clamorosa per dedizione e spirito di sacrificio, per lucidità e per essenzialità: è nel posto giusto, sempre, nel momento giusto, sia in fase di rottura e di interdizione, che di appoggio e disimpegno. 

Nella ripresa i ritmi sono ovviamente più cadenzati, ritmati, dopo l'arrembante primo tempo di tutti e ventidue protagonisti. Gli ospiti iniziano ad andare in affanno, allungandosi tra le linee e permettendo al capitano slovacco di eludere spesso la linea di pressione avversaria. I partenopei, tuttavia, stentano a chiudere il match, complice il solito Acerbi che ci mette una pezza in svariate occasioni ed un pizzico di cinismo che manca per una lucidità vistosamente calante. La personalità e la mentalità con la quale il Napoli riesce a mantenere il risultato è da grande squadra, che segna forse il passo definitivo nella crescita di un gruppo al quale si chiedeva la definitiva prova di maturità: il solo Pellegrino sfiora il pareggio nel finale, prima del gioiello che chiude i giochi e manda in delirio Fuorigrotta. 

Una vittoria che ha il sapore di consacrazione, per come è arrivata e per il modo con il quale è stata raggiunta: di rimonta, con personalità nel mostrare le proprie certezze. Tre punti da Scudetto, in attesa delle risposte di Juventus e Fiorentina su tutte, mentre l'Inter annaspa alle spalle ed è sotto di quattro lunghezze. Guai a chiamarla fuga, ma il sogno prende sempre più forma.