L'addio pronunciato da Jupp Heynckes al Bayern Monaco e (forse) al calcio, nonostante fosse già noto e scritto, getta nello sconforto i tifosi di Baviera e i calciofili di ogni latitudine. Sia i primi, bagnati da una primavera di successi e avidi di gioie future, che tutti gli aficionados del bel calcio rivendicano il proprio diritto a sentirsi orfani dopo questo abbandono. E tuttavia la dipartita di un tecnico silenzioso ma non troppo, lavoratore volitivo semmai, come Heynckes non lascia presagi di vuoto ma la certezza di un presente e di un futuro e questa certezza si chiama Josep Guardiola.

Monaco di Baviera, mentre le strade sono ancora un'apoteosi di musica e colori, c'è già un nuovo appuntamento con la storia, ed è adesso. Guardiola non ha neppure il tempo di accomodarsi sulla nuova panchina che è già subito chiamato a confrontarsi con un doppio lascito: quello strabordante e impareggiabile di Heynckes e il suo personale, la sua bacheca ugualmente ricca di successi. L'odore che lascia la sensazione del trionfo è sempre un'eredità molto ingombrante.

Esiste un'immagine che può aiutarci a capire questo mo(vi)mento della storia. Un altro dei tanti movimenti cruciali della storia del calcio, che è certo una storia con la "s" minuscola ma che pur appartiene a quel flusso progressivo costituito da fasi socio-antropologiche che - appunto - chiamiamo storia. Quest'immagine è la stessa già utilizzata da Rainer Maria Rilke e soprattutto da Walter Benjamin nell'opera Angelus Novus per illustrare le sue lezioni di filosofia della storia. Benjamin riprende la figura di un angelo dipinta da Klee, il messo divino che ha le ali spiegate verso il futuro ma rivolge lo sguardo indietro, al passato. Un'immagine che spiega ancora una volta come l'evoluzione della storia - e così anche di qualsiasi evento micro-storico - non possa prescindere dal suo passato.

Come Benjamin, anche Guardiola è un filosofo. Sono entrambi pensatori che si muovono in ambiti diversi. Come Benjamin anche Guardiola è storicista, pensa cioè che non solo il passato rechi in sé le conseguenze del presente e del futuro ma abbia sempre tanto da insegnare al tempo a venire. Non c'è dunque un reale punto zero dal quale ripartire, o meglio quel punto zero marca il segno di una ri-partenza e si porta dietro tutto un serbatoio pieno d'esperienza, di cose e di fatti: il Bayern di Heynckes, il suo Barça, il Barcellona B, gli anni di apprendistato come allenatore, il suo trascorso di giocatore. C'è una nuova sovranità calcistica ancora tutta da scrivere. E c'è anche un affascinante mistero da svelare: "Come giocherà il Bayern di Guardiola?"

Una cosa è certa: Guardiola chiamerà a raccolta i suoi compagni di viaggio e partirà sicuro alla volta di una nuova avventura. Non farà nessuna explicatio terminorum sul suo gioco, ma siamo persuasi nel credere che avrà tutta la voglia di affacciarsi all'inedito. Possiamo solo cercare di indagare quello che non sarà il gioco di Guardiola, come nella miglior tradizione delle teologie negative. Non sarà né il 4-3-3 del suo Barcellona né il 4-2-3-1 del Bayern di Heynckes, anche se ovviamente non è solo questione di assetto modulare.

Il mercato del Bayern sta insistendo sul comparto offensivo fornendoci forse indizi su alcune linee guida, prima tra tutte una vicina al Sun-Tzu pensiero: "privare il nemico delle sue armi più pericolose". La somiglianza per certi versi del gioco di Götze (il grande colpo del Bayern) con Messi e l'insistenza su Lewandowski (trattativa oramai praticamente giunta in porto) al posto di Mario Gomez, centravanti puro dunque anti-guardiolano, farebbero pensare a un'istanza filo-catalana per il tipo di attacco pensato dal nuovo Bayern, con un esterno alto di gran movimento (Ribéry/Robben), un centrale (Lewandowski/Mandzukic) e un laterale di raccordo tra centrocampo e linee offensive (Götze). Dietro KroosSchweinsteiger e Javi Martinez per un centrocampo robusto ma intelligente (e viceversa).

Eppure resiste, forte, l'idea che siamo su una pista completamente sbagliata poiché Guardiola è fondamentalmente un hegeliano nell'anima e che perciò per l'architettura del suo nuovo Bayern di Monaco ripartirà dai suoi punti fermi, ovvero da Cruyff, da Van Gaal, da La Volpe e da Bielsa, i maestri alle cui fonti teoriche il giovane Pep si è sempre abbeverato. Dunque non solo possesso palla (e sicuramente non sterile come quello del tiqui-taca degenerativo di Vilanova), ma costruzione della manovra a partire da lontano, dalla difesa. Forse avendo visto e rivisto la finale di Champions League tra Borussia Dortmund e Bayern, Guardiola non può non essersi accorto che il vero punctum dolens, anche delle squadre più forti come il Bayern (perché è oggettivo che il Dortmund abbia giocato un calcio nettamente migliore durante il primo tempo), e soprattutto alla luce del fatto che proprio le squadre più forti, a partire dalla Juventus di Conte, praticano il caro sempreverde total football con il diktat del pressing altissimo, è la fase difensiva e che perciò la chiave di volta del gioco risiede nell'impostazione perfetta della manovra da parte della difesa.

Non siamo naturalmente in grado di dire se Guardiola stia meditando su una rivoluzione tattica sul modello della difesa blaugrana datata 2010, arretrando il raggio d'azione di Javi Martinez (l'uomo nel mirino, la "vittima" a questo punto designata), novello Mascherano, oppure se le vere sorti del mercato bavarese, con questo inedito triumvirato Sammer-Rummenigge-Guardiola, verteranno su un grande nome per il reparto difensivo, ma siamo pronti a scommettere che sarà proprio da lì che Guardiola comincerà a giocare la sua nuova meravigliosa partita.

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