Nascondersi nel Lorenzo bambino

Le polemiche e le tante voci che girano attorno a Lorenzo Pellegrini, sono un argomento che va avanti ormai da circa due anni.

In molti non ce l’hanno tanto con Lorenzo come persona, ma con ciò che rappresenta: capitano della Roma, romano e romanista, simbolo di una squadra che non vince quanto i tifosi vorrebbero.
Quando le cose vanno male, lui diventa il capro espiatorio.
Quando le cose vanno bene invece, in molti la mettono sull’ironia ricordando il suo pesante stipendio.
Ma in fondo, tutti coloro che parlano di Lorenzo, dovrebbero ascoltare e prendere esempio dalle parole del mister di giovedì scorso, quando gli è stata posta l'ennesima domanda sul calciatore.
“Povero ragazzo, lasciatelo stare” ha detto il tecnico.
“Ci sono partite in cui gioca bene e altre meno, come succede a tutti. Non è che perché ha segnato oggi cambia il modo in cui dobbiamo valutarlo.” “Bisogna essere sempre obiettivi” ha aggiunto.




Un romano e romanista che non sta vivendo il suo miglior momento alla Roma, ma che dà a prescindere tutto se stesso per questa maglia.
Perché in fondo Lorenzo è uno di noi, un ragazzo di Cinecittà, nato con i colori giallorossi sulla pelle, e sappiamo bene che quando un fratello è in difficoltà non lo abbandoniamo a se stesso.
Anzi, gli porgiamo la nostra spalla per potersi appoggiare se avesse voglia di abbandonarsi in un pianto liberatorio, per provare a scacciare ogni suo pensiero.
Un po’ come quello che ha fatto Gianluca, dopo il gol di Lorenzo nel derby. Una corsa d’amore verso un compagno in difficoltà, anzi un fratello, che in quel momento aveva bisogno di liberarsi dalle tante voci che gli giravano attorno.


Un'immagine che ci ha permesso di assistere alla fragilità di un uomo, che sa ancora piangere per ciò che ama, prima ancora di ciò che rappresenta.

Quante volte abbiamo sentito il bisogno di sentirci riparati dalla Roma?
Quante volte l’abbiamo usata, per aggrapparci in momenti di una vita troppo complicata?
Ecco, noi dobbiamo essere per Lorenzo quella spinta, quella motivazione aggiunta per fargli dare quel qualcosa in più, che solo un romano e romanista può dare.

Devo ammettere che giovedì, durante l’andata contro il Bologna, a un certo punto ho rivisto gli spettri della partita contro il Bilbao dell’anno scorso. Una Roma che dimostrava di essere una squadra tanto confusa e lontana dal vero spirito di questo gruppo.
In quel momento ho pensato che sarebbe stato durissimo rimettere la partita in piedi.

Poi però ho visto un numero sedici al contrario sulle spalle di un ragazzo, Niccolò Pisilli, che continuava a correre in ogni dove, inseguire chiunque gli passasse vicino e trascinare i compagni con la sua romanità.
Ho visto anche la voglia di lasciare tutto aperto fino al ritorno, in quell’inferno chiamato Olimpico. Come quando Lorenzo è entrato in campo con lo stesso spirito con cui saremmo entrati noi tifosi.

Sembrava quasi scritto nel destino che sarebbe stato lui a segnare il gol del pareggio. Il capitano della Roma campione, ma anche un uomo che sente di avere ancora un conto in sospeso con la maglia giallorossa, con quella gioia rimasta sospesa nel cielo nella notte di Budapest.
Pochi mesi dopo la vittoria di Tirana aveva detto “Ne voglio vincere un'altra".
Giovedì sera invece, ha sottolineato “lo dobbiamo ai nostri tifosi”, stringendo forte con la mano quelle tre lettere che per noi e per lui significano tanto, se non tutto.

È come dire a tutti che ogni azione, ogni sacrificio, si fa per quello stemma e per il popolo che lo sostiene. Straordinario, poetico, indissolubile.

Parlare della gente, di chi unisce questa squadra con il filo dei propri sentimenti, non è mai sbagliato.
È sicuramente sbagliato parlare male di Lorenzo. Può piacere o no, ma criticare il suo sentimento per la Roma non è accettabile.

Perché a volte dietro le lacrime di un uomo non c'è debolezza, non c’è nemmeno il peso della fascia o delle aspettative: c'è soltanto il bisogno di tornare per un attimo a chi eravamo prima di tutto questo, quando la Roma era solo un sogno e non una responsabilità.
Non il capitano, non il simbolo, non il bersaglio delle critiche.
Ma solo un ragazzo che ama questi colori.

Forse, in fondo, non è altro che questo: non una resa, non una fuga, ma solo l’esigenza di nascondersi nel Lorenzo bambino.