
6 maggio 2012 - 5 maggio 2013: 364 giorni passando tra il 28esimo e 29esimo scudetto per riprendersi ciò che la storia nel 2006 ha deciso di togliere e continuare in direzione di quella terza stella (ufficiale) tanto agognata dall’Avvocato. Questo tricolore vuole dire davvero molto per Madama: è conferma e al tempo stesso rinascita. Difficile arrivare in cima, più arduo riconfermarsi: questo il mantra della Juve scudettata, campionato di grazia 2012/2013.
La doppietta per Conte è arrivata, e che doppietta, corredata pure dalla Supercoppa Italiana di agosto. Parliamo di uno scudetto letteralmente dominato e mai in discussione dalla prima giornata senza schiodarsi dal vertice, possibilmente con più punti di quello dello scorso anno e con una Champions di mezzo. Troppo facile parlare di concorrenza risicata: vero, Napoli, Milan, Fiorentina, Lazio ed Inter non sono mai parse in grado di recitare il ruolo di antiJuve, ma i bianconeri hanno lasciato poche speranze in tal senso. Più di dieci punti dai partenopei secondi, e circa una ventina dalle altre, non
possono essere considerati frutto del caso per una squadra che ha dovuto fare a meno nelle prime 17 giornate del suo leader in panchina.
I numeri, a parità di giornate con la precedente stagione (35), parlano chiaro: in un campionato dove i bianconeri hanno perso l’imbattibilità, i pareggi (tallone d’achille), sono passati da 14 a 5, segno inequivocabile di un nuovo cinismo, di una maggiore pragmaticità, mentre le vittorie casalinghe da 12 a 18. Il tutto con cinque gol in più realizzati (67) e due in più subiti (20), lontano comunque anni luce dal secondo miglior reparto arretrato del campionato, quello del Napoli a quota 32 reti incassate. Dato conclusivo, quello più interessante, i punti totalizzati: il primo scudetto dell’era Conte si festeggiò alla penultima a quota 81, mentre quest’anno con ancora tre turni da disputare i bianconeri hanno già raggiunto gli 83 punti.
Se nel maggio 2012, la contemporanea vittoria sul Cagliari e il derby vinto dall’Inter, regalarono il tricolore ad una Juve allo sprint finale col Milan, questa primavera i bianconeri hanno “cannibalizzato” talmente tanto la serie A da anticipare la matematica già un mese di prima dell’urlo liberatorio, a partire dalla vittoria all’ultimo secondo contro il Catania datata 10 marzo (28esima giornata), quando cacciarono il Napoli (0-2 contro il Chievo) a -9. Sotto il rullo compressore bianconero sono passate poi in ordine: Bologna, Inter, Pescara, Lazio, Milan, Torino e Palermo per un rush finale molto simile a quello dello scorso anno con un filotto di vittorie da mozzare il fiato alle presunte inseguitrici.
Tutti dati che riportano al vecchio appellativo di “Signora Omicidi”; quella Juve rabbiosa che in campo giocava come una provinciale distruggendo i campionati, ma che aveva tra le proprie fila piedi aristocratici. Non il caso della truppa di Conte, formidabile nel creare il “gruppo”, che ha scoperto un portentoso Pogba, un Vidal vero top player, ma ha pagato un mercato estivo non all’altezza (Europa docet). Forse è questo ciò che rende ancora più eclatante il dominio bianconero in Italia: l’aver fatto di necessità virtù puntando sui pregi e nascondendo i difetti. Agli avversari non è bastato capire il trucchetto del “blocca-Pirlo”, Conte è sempre stato un passo avanti prevenendo le mosse altrui, modellando una Juve meno bella dal punto di vista del gioco, meno frenetica, ma più concreta.
Sembrerà strano, ma rimane poco altro da dire per una squadra che riconferma il proprio dominio, migliorandosi in maniera ancora così perentoria. Difficile fare previsioni future, ogni campionato fa storia a sé ed i gorgoglii di qualche pancia piena, prima o poi inizieranno a farsi sentire. È inevitabile, è il calcio: dovette arrendersi Trapattoni ed altrettanto fece Lippi. Conte ha ancora spazio per puntellare di vittorie il suo ciclo alla Juve, ma visto che del doman non v’è certezza, la massima ribadisce quanto questo scudetto risulti ancora più bello per la rabbia e la potenza con il quale è stato conquistato.


