
Lets make history. Così recitava un cartello fra i tanti presenti sulle tribune di un Centrale mai così in fermento per la finalissima dei Championships. E quando alle 17.25, minuto più minuto meno, Andy Murray ha piazzato il quindici decisivo, l'intero Centre Court è esploso in un boato di gioia che ha travolto il nuovo eroe dei sudditi di Sua Maestà. Ci sono voluti 77 anni e tre ore di battaglia perchè un altro britannico potesse griffare l'albo d'oro dei Championships: il fantasma di Fred Perry è definitivamente scacciato, Andy Murray è il nuovo profeta in patria.
A corrente alternata - i due si conoscono fin da quando sono bambini e insieme han diviso mille battaglia sui campi da tennis di tutto il mondo. Numero 1 contro Numero 2, il Joker serbo contro lo scozzese adottato da un'intero popolo per riportare a casa un trofeo che manca dalla notte dei tempi del Tennis, quando con racchette e palline gialle si cimentavano solo i dilettanti e il professionismo esasperato dei giorni d'oggi era lontano anni luce. La finale persa l'anno scorso contro Roger Federer, la rivincita proprio ai danni dello svizzero nella versione Olimpica del torneo come abbondante e gustoso antipasto dell'apoteosi odierna: c'era aria di impresa, c'era aria di una partita che avrebbe riscritto la storia del Tennis britannico e non solo. E tutte le premesse (e anche le promesse) sono state mantenute.
La partita inizia subito all'insegna degli errori da parte di Djokovic, che in un amen precipita 0-40 già al primo game, prima di annullare tutte e tre le palle break concesse all'inglese. Sono scambi durissimi, brutali, un flipper impazzito da oltre venticinque colpi che tengono con il fiato sospeso gli spettatori che gremiscono il Centrale e l'antistante collinetta da cui una marea umana segue le gesta dell'enfant du pays sui maxischermi. Non c'è caldo che tenga: la Murray-mania è una malattia implacabile per cui vale la pena soffrire anche la canicola asfissiante che si è abbattuta su Londra: è un rito di catarsi collettiva ormai, c'è l'idea di essere parte di un evento storico.
Il primo set è tutto giocato all'insegna dell'equilibrio, perlomeno nelle fasi iniziali: la freschezza atletica dei due giocatori permette loro di regalare momenti di grande tennis, e tutto ciò si riflette sul punteggio. Dopo quaranta minuti di battaglia, il punteggio è inchiodato sul 3-3. Nel game successivo il primo momento chiave: Murray brekka Djokovic e poi mantiene il proprio successivo turno di servizio. E' 5-3, ma ci vorranno ancora due games prima che Andy possa chiudere il primo set con il punteggio di 6-4 in quasi un'ora di gioco.
Nella seconda frazione la musica sembra essere cambiata: Novak Djokovic pare più sciolto e inizia a sciorinare il suo tennis che mette in difficoltà Murray. In particolare sfrutta moltissimo l'arma della smorzata e del dropshot, a cui lo scozzese fatica inizialmente a prendere le misure: si vola così rapidamente sul 4-1 a favore del serbo, che ha la grande occasione di impattare il conto set e dare avvio a una nuova partita. Andy però è tosto e non molla di un centimetro: pian piano infatti Murray risale la china, e dopo aver annullato al serbo un paio di palle per il 5-3, impatta sul 4-4. Una mazzata per Nole, un'iniezione di benzina super per Andy, che ora vola su ogni smorzata, su ogni palla corta e infila un Djokovic che pare aver esaurito le soluzioni per fare male all'avversario.Ruggisce il pubblico sugli spalti, schizza in piedi come una molla la fidanzata Kim, spinge a mille all'ora Murray. Nell'undicesimo game il break decisivo, nel dodicesimo il 7-5 che significa un computo set di 2-0 a favore del tennista di casa.
Si rientra in campo con la tensione a mille: due terzi dell'impresa è ormai compiuta, resta la parte più difficile: chiudere il contro. A complicargli la vita ci pensa un Novak Djokovic alle corde ma che non ha di certo intenzione di mollare così facilmente la vittoria: ne è prova la rimonta da 0-2 a 2-2 nel terzo set e la successiva fuga a vele spiegate verso il 4-2. Ma il copione del set è identico a quello del precedente: perchè proprio sul più bello il motore del serbo si inceppa mentre quello del britannico si mette in moto. E' un'avanzata implacabile, con le mura del castello serbo che si sgretolano inesorabilmente sotto i colpi dell'ariete britannico. Sul 5-4 e servizio Murray c'è l'estremo, commovente, tentativo di difesa da parte di Djokovic che respinge l'assalto nemico per ben quattro volte. Ma al quinto match point, il fortino cede e la bandiera britannica può di nuovo sventolare fiera sul pennone del Centre Court, nel delirio generale di una folla che inneggia al proprio eroe in barba al sacro silenzio di rigore in un Tempio come Wimbledon: ma siamo certi che in una giornata come quella di oggi, anche i custodi del tempio chiuderanno un occhio.

