Ultimo tango per l'anello

La restaurazione Spurs o la conferma del Prescelto? I big three originali o quelli di nuova generazione?. Si alzi il sipario, è tempo di Nba finals. Miami Heat-San Antonio Spurs. Forse non la finale più “commerciale”, non la finale dei duelli tonanti in stile Kobe-Lebron o Lebron-KD, non la più adatta al merchandising. L'organizzazione texana, la mano nascosta di R.C. Buford, l'uomo che ha creato il sistema San Antonio, costruito un gruppo che ha retto agli anni, proprio perché è stato in grado di andare oltre ai singoli e di inserire giocatori adatti a un sistema perfetto. Leonard sarebbe sparito nei meandri di qualsiasi roster, qui è decisivo. Ed è un esempio tra tanti. Poi c'è Pop, Gregg Popovich, per distacco il numero uno degli allenatori. Lui e i suoi fedelissimi. Duncan, con lo sguardo perso, sornione, mai sopra le righe, in perenne controllo. Manu Ginobili, l'anguilla da Bahia Blanca, tormentato dagli infortuni e ora qui, all'ultima recita. E infine Tony Parker. Il vero Mvp di questi Spurs. Di là? Be a South Beach c'è la più incredibile macchina da pallacanestro mai vista. Uno in grado di coprire tutti e cinque i ruoli. Da playmaker a pivot. Annullare George e limitare contemporaneamente West, nella finale di conference con Indiana. Il n.6, the King, Lebron James. Vuole il secondo anello. Vuole riscrivere la storia del gioco. Con lui gregari come Battier, Miller, agenti scelti come Allen e soprattutto Wade e Bosh. 

 

Wade sa come si giocano le finals. Ancora una volta, come lo scorso anno, non ci arriva al top. Il ginocchio è dolorante, ha giocato gara 6 coi Pacers limitato dalla febbre. Poi il match da dentro o fuori. Ed è tornato Wade. Con più tiri e più possessi, dopo le lamentale per l'onnipresenza dell'ex Cavaliers. Perché questa è la squadra di James, ma il cuore di Miami è Wade. É lui, che nel lontano 2006 li ha portati al titolo nella clamorosa serie coi Mavs. Lui e Haslem, simboli, padroni, oltre il campo. Voci dello spogliatoio. Poi Bosh. Se è quello dell'ultimo periodo per i ragazzi di Spoelstra si fa dura. Hibbert lo ha dominato sui due lati del campo. Serve il vero Bosh, perché Duncan e Splitter possono fare male. Indiana ha indicato la via per colpire Miami, ma ha fallito per l'enormità di palle perse e forse per l'eccessiva gioventù. Inesperienza, non certo di casa a San Antonio. Il riposo ha fatto bene alle “vecchie carcasse” di Duncan e Ginobili. Pop avrà certamente preparato il tutto nei minimi particolari, mentre Riley, il vero allenatore degli Heat, avrà osservato preoccupato l'evolversi di una serie improvvisamente più complessa del previsto.

 

 

Problemi di accoppiamenti. Da una parte e dall'altra. Come fermare James? Come fermare Parker? Impossibile in entrambi i casi. Lebron si può limitare, magari impedendogli facili penetrazioni e costringendolo a forzare da fermo. Bloccare la palla nelle sue mani, privare Miami della sua feroce circolazione. Ecco la chiave. In casa Heat, chiaro che Chalmers non può contenere Parker, come non può farlo Norris Cole. Anche qui occorreranno blitz improvvisi, magari raddoppi, come già studiato contro Vogel e i gialli di Indianapolis. La difesa è il segreto di Pulcinella delle vittorie di Miami. Difesa e contropiede. Se Miami corre, vince. Non si discute. Lo sa Spoelstra e lo sa Popovich.

 

James e Duncan. Spurs e James. Non la prima volta. 2007, era l'era San Antonio. Duncan dominò. Lebron, con i suoi Cavs fu spazzato via. Solo contro una squadra di fenomeni, anche il più grande di tutti, allora ancora acerbo, crollò. Ma Tim, che è caraibico, ma di basket se ne intende, lo consacrò “Questa sarà la tua Lega”. Non sbagliò. Oggi è a tutti gli effetti la Lega di LJ. Sei anni dopo, Duncan torna all'American Airlines Arena di Miami Florida. Torna con gli amici, Manu, Tony e Pop. Torna per restaurare il dominio texano. Si parte. Che lo show abbia inizio. Heat o Spurs? Parla il campo.