Centocinquant'anni e non sentirli
Centocinquanta corrisponde al numero di Dunbar. Per centocinquanta giorni la Terra è rimasta sommersa dall'acqua. Centocinquant'anni fa, a Londra, si festeggiava la nascita del calcio moderno.
 
La data, non una qualsiasi: il 26 ottobre 1863. Quando otto massoni, rappresentanti di società sportive e università londinesi, si diedero appuntamento presso la Costless Mason's Tavern, nella Great Queen Street, per discutere di un grande progetto: la fondazione della Football Association. Da quel giorno Londra si è identificata come la capitale del football. 
 
Forest of Leytonstone, Charterhouse School, Sorbiton, Blackheat Proprietary School, Crystal Palace, No Names Club, Barnes Club, Percival House, Civil Service, Crusader e War Office Club vi aderirono fin da subito.
 
Tra i padri fondatori, spiccano i nomi di Ebenezer Cobb Morley, Arthur Pember, Charles William Alcock, Francis Maule Campbell, John Forster Alcock, Herbert Thomas Steward, George Twizell Wawn, James Turner. Insieme discussero e stabilirono le regole base di quello che sarebbe divenuto lo sport più amato e praticato al mondo.
 
All'inizio il calcio era uno sport d'élite, ristretto a pochi prescelti e appannaggio dell'aristocrazia dominante, salvo poi trasformarsi nel simbolo del socialismo, l'unico megafono della classe operaia. Oggi la trasversalità rappresenta il suo reale punto di forza, una sorta di tratto distintivo.
 
È trascorso un secolo e mezzo da quel 26 ottobre. Centocinquant'anni in cui il calcio ha funto da cartina al tornasole della Storia. Può raccontare di guerre e rivoluzioni, di boom economici e crisi monetarie, di mode passate e culture tramandate. 
 
Il calcio come momento di emancipazione sociale. Crogiolo di culture, etnie, idee. Nella sua accezione negativa, l'oppio dei popoli. Materia di studio preferita da sociologi e antropologi. Ma anche surrogato della religione, dai rituali tipici di una tutta nuova, planetaria. Arma di distrazione di massa, indubbiamente fra le peggiori.
 
Luciano Bianciardi, scrittore e critico televisivo italiano, riteneva che «lo studio attento delle tattiche calcistiche moderne può giovare anche all’intellettuale, come giova al politico, al sacerdote, al dirigente, a chiunque insomma debba vivere in mezzo agli uomini e intenda prosperarvi».
 
Tuttavia il calcio è anche un serbatoio di passioni. Di tradizioni. Più pathos che logos. Con il suo genio fuori dagli schemi, Carmelo Bene lo paragonava alla musica, enfatizzando che come la musica non può forse essere spiegata con la musica, così il calcio non ha nemmeno bisogno della lingua per farsi intendere. Di fatto, il calcio buca ogni linguaggio.
 
Secondo Pier Paolo Pasolini, il calcio è «l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione». È lo spettacolo che ha sostituito il teatro. Da una parte, le altre rappresentazioni sacre, persino la messa, in continuo declino; dall'altra, il calcio, in perenne ascesa.
 
Nonostante il marciume che lo consuma dall'interno. Nonostante gli innumerevoli scandali e il flusso impazzito di danaro che la fanno da padrone. Nonostante tutto, l'anima pura ed emozionale di questo sport non avrà mai fine. Perché è un linguaggio con i suoi poeti e prosatori.
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